RIFLESSIONI

Fantastiche traduzioni

Come fare delle fantastiche traduzioni? E come tradurre un testo fantastico? Una volta ho letto che ogni traduzione è in qualche misura un tradimento. È un problema che nasce dall’incongruenza tra le diverse lingue che si fa particolarmente marcata quando appartengono a ceppi molto diversi. La mia esperienza è limitata alla lingua inglese (se si escludono le innumerevoli versioni latine e greche del liceo). Come alcuni sanno, per anni sono stata traduttrice per Harlequin Mondadori (Harmony) e per Baldini e Castoldi. Mi ero specializzata nella letteratura rosa. Poi, per un lungo periodo, non ho più tradotto per le case editrici, ma ho frequentato la letteratura accademica in lingua inglese.

In questi giorni ho dovuto cimentarmi con il genere fantascientifico per via di un racconto che sarà inserito in un’antologia curata da me e da Silvia Treves. Proprio nello stesso periodo mi è capitato per le mani il manuale di Fruttero e Lucentini Saper scrivere, in cui è presente un capitolo proprio sulla traduzione. Al di là delle considerazioni sulle discutibili traduzioni di Urania a quei tempi, tutto ciò mi ha portato a riflettere sul mestiere di traduttore.

Incontri ravvicinati con traduzioni del terzo tipo

Cominciamo con una considerazione che farà storcere il naso a molti: non tutte le traduzioni sono uguali. Non ce ne sono solo buone o cattive. Cambia l’approccio. Io ne ho individuati tre tipi.

a. Traduzioni molto libere, quasi anarchiche. Era il caso di Harmony. Dovevo tagliare il 15% circa del testo, condensando i dialoghi, eliminando le ripetizioni, e, prima che esplodesse la febbre dell’erotico, piazzando delle belle dissolvenze qua e là. Se poi la protagonista aveva la schiena rovinata da un’ustione, si sottoponeva a terapie raccapriccianti e riusciva a nascondere le cicatrici al suo partner limitandosi alla posizione del missionario (vi giuro che è accaduto!), potevo intervenire di “bisturi” e “amputare” a più non posso per rendere la storia più credibile e meno nauseante. Sono diventata anche architetta d’interni: se lui viveva in un “bellissimo” appartamento con le pareti color melanzana, i mobili ricoperti di pelle grigio topo, la moquette a pelo lungo a losanghe ocra, verde ramarro e fucsia, potevo fare interventi di restyling radicali. Non ho mai ucciso nessuno, ma so di colleghi che hanno sterminato legioni di personaggi minori.

b. Traduzioni in semilibertà. L’editore può chiedere al traduttore di rendere il libro divertente, scorrevole, coinvolgente. Se questo comporta qualche ritocchino, qualche colpo di cipria qui e lì, ben venga.

c. Alta letteratura (vera o presunta tale). Qui sono dolori. Il rispetto dell’autore è sommo. Non basta trasporre in buon italiano ciò che scrive. Devi entrare nel suo modo di scrivere e di pensare, in qualche misura diventare lui (o lei). Non si deve trovare traccia della tua personalità. In alcuni casi devi fare violenza a te stesso per riuscirci. L’autore fa duecento ripetizioni? Pazienza. Ha uno stile più piatto di un’asse da stiro? Fatti suoi. Sono, ovviamente, le più difficili; possono rivelarsi una vera gimcana. Ecco allora che di notte ti trovi a rimuginare su questioni metodologiche.

Alcuni esempi. Se l’autore usa “lovely” 10 volte con accezioni diverse che vanno da “carino” ad “adorabile”, sono autorizzata a variare? Come devo comportarmi con le ambiguità di genere tipiche dell’inglese, che non declina né gli articoli né gli aggettivi? O con il neutro? (Il problema si pone all’inverso per chi traduce dall’italiano all’inglese)

Le trappole del fantastico

Se poi devi tradurre un testo fantastico, i problemi si moltiplicano come triboli o come gremlins dopo la mezzanotte. Compaiono, infatti, metafore ardite, accostamenti inediti, creature inventate che, in alcuni casi, hanno nomi evocativi solo nella lingua originale. Poi ci sono le tecnobubbole: come ti traduco il dirambolatore quantico a propulsione intracosmica? Lo lascio in originale? O mi invento una versione nostrana, magari fraintendendo le intenzioni dell’autore?

Il cap. Kirk alle prese coi triboli…

Quanto alle questioni di gender, sto traducendo un racconto dove ci sono esseri che non rientrano in un sistema binario. La tentazione di inventarmi una grammatica ad hoc è stata forte, ma chi mi assicura di non sconfinare in una traduzione troppo libera?

In questi casi una soluzione può essere contattare l’autore, sempre che non sia morto. Il che, a ben vedere, almeno mette il traduttore al riparo dalle sue rimostranze. Ma non dalle critiche dei lettori, che, a vario titolo (si va dal luminare a quello che scrive a malapena ai spik Inglish), vengono a farti le pulci.

Tradurre o non tradurre?

E se non traducessimo espressioni strane e nomi particolari? Qualcuno dice che è una buona idea, ma io non ne sono convinta. Purtroppo sono molti anni che insegno e vi posso assicurare che il livello di conoscenza delle lingue straniere in Italia è drammaticamente basso. Supporre che tutti comprendano l’inglese e ne colgano le sfumature mi pare un po’ arrogante. Oltre che un facile escamotage per gestire le patate bollenti che una traduzione comporta.

Il lettore italiano, che già legge poco, potrebbe sentirsi respinto. Fornire, invece, le traduzioni di libri particolarmente significativi potrebbe allargare i suoi orizzonti. Tanto più che il purista, versato nelle lingue, se proprio ci tiene, può prendersi l’opera in lingua originale.

Attenzione alle italianizzazioni

Peraltro, traducendo tutto, c’è il rischio di cadere in buffe versioni autarchiche. Da ragazzina mio nonno mi faceva ridere (a denti stretti) con le italianizzazioni fasciste dei nomi propri e dei termini stranieri. Come dimenticare che Louis Armstrong era diventato per magia Luigi Braccioforte? Ancora oggi è possibile imbattersi in vecchi film in cui il cowboy John si chiama Giovanni e la signora Emilia, di Vosintone (Washington), chiede notizie di Beniamino  sorseggiando un’acquavite (whisky) al bancone di un quisibeve (bar).

Alcuni esempi di italianizzazioni fasciste

Bisogna ammettere che la traduzione dei nomi propri in Harry Potter è riuscita abbastanza bene, anche se il criterio scelto non è uniforme (grazie a Dio, altrimenti rischiavamo di ritrovarci per protagonista Harry Vasari). Non dobbiamo dimenticare, però, che si tratta di letteratura per ragazzi.

Nella fantascienza l’esterofilia impera e una simile operazione sarebbe impossibile. Alcuni autori italiani scelgono persino pseudonimi stranieri e riempiono i loro libri di personaggi esotici, forse sperando di superare il pregiudizio verso la nostra letteratura di genere o forse con lo scopo di affermarsi oltreoceano (come se bastassero Frank e Joanna a rendere appetibile il loro libro per i palati anglosassoni). Ma questa è un’altra storia che, forse, un giorno affronterò in un altro post.

Peraltro, troviamo lo stesso fenomeno anche nel romance. Finora non mi sono mai imbattuta in un romanzetto in stile Harmony i cui protagonisti si chiamano Maria e Giacomo e vivono a Voghera. A volte ci sono personaggi italiani, ma sono sempre stereotipati: il focoso Gerardo, ricco uomo d’affari romano, usa la sua Ferrari e veste Armani anche per andare dal pizzicagnolo. Per i romance storici, poi, è d’obbligo l’ambientazione regency (in omaggio a Jane Austen) o, raramente, medievale e rinascimentale, ma rigorosamente sulle isole britanniche. Anche a questo tema penso che dedicherò un futuro post.

Sembra che solo il giallo sia esente dall’esterofilia, forse grazie a Camilleri, Manzini, Carofiglio e, perché no, alle molte fiction poliziesche ambientate nell’oscura provincia italiana.

Insomma, per concludere, per tradurre non basta conoscere bene la lingua e la cultura (le due cose in verità sono facce di una stessa medaglia); non è sufficiente padroneggiare l’italiano a un ottimo livello (il traduttore è a tutti gli effetti uno scrittore); bisogna tenere in debito conto molti fattori. Ragione per cui non è possibile improvvisarsi traduttori. Non a caso ci sono scuole d’interpretariato e traduzione. Avendo cominciato con libri che mi permettevano grande libertà, non ne ho frequentate, ma oggi, che affronto testi più complessi, comprendo quanta fatica in meno avrei fatto con la guida sicura di bravi insegnanti.

Un commento

  • Paolo

    Ho letto quel saggio di Fruttero e Lucentini sui traduttori. Mi aveva colpito quel tale che, per dare un tocco di originalità al suo lavoro, aveva tradotto “cielo grigio” con “cielo cinerino”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow by Email
Facebook
Google+
Twitter
LinkedIn